10 malattie che beneficiano del consumo di marijuana

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1- La cannabis può attivare l’autodistruzione delle cellule cancerose
Si tratta probabilmente di uno dei maggiori progressi d’importanza sociale di questa malattia. Sono molti gli scienziati che attualmente stanno studiando la capacità della cannabis come terapia contro il cancro, ma pioniera è un’équipe dell’Università Complutense di Madrid, che da anni usa cannabinoidi per lottare contro alcuni tipi di tumori. Diretta dal professor Guillermo Velasco, i suoi sforzi si concentrano sull’analisi dell’utilità di questi composti organici.
E ha scoperto che i cannabinoidi hanno un effetto “antitumorale” che agisce in tre modi: da un lato, inducono la morte delle cellule tumorali perché operano su di esse attivandone il metabolismo in modo agressivo. Dall’altro, impediscono che si generino vasi sanguigni che rendano possibile l’invio di nutrienti tra le cellule cancerose, ed evitano quindi che il tumore cresca. Diminuiscono infine la capacità delle cellule tumorali di muoversi e invadere altri tessuti, bloccando così il processo di metastasi.
Interventi:
La cosa più importante è che le autorità statunitensi hanno già dato credibilità a questo tipo di studi. L’Istituto Nazionale sull’Abuso di Droghe (NIDA) assicura che la marijuana ha la capacità di eliminare le cellule cancerose; alcuni mesi fa il sito web dell’Istituto Nazionale del Cancro degli Stati Uniti è stato aggiornato per indicare che i cannabinoidi aiutano a sconfiggere il cancro uccidendo le cellule danneggiate nell’organismo, mentre proteggono quelle sane. Il cambiamento di un’informazione ufficiale è indice di un grande progresso, quasi un successo per quelli che lottano da tanto per il riconoscimento, in modo visibile, dei benefici della cannabis contro il cancro.
2- La cannabis può aiutare a trattare la malattia di Alzheimer
Anche questa volta sono i professionisti spagnoli i pionieri in questo campo. La ricercatrice María L. de Ceballos, dell’Istituto Cajal del CSIC (in Spagna), studia da circa 14 anni i cannabinoidi come possibile trattamento contro l’Alzheimer. La sua prima ricerca è datata 2005 e dimostrava già che i cannabinoidi hanno proprietà antinfiammatorie, tali da poter diminuire il processo che provoca il gonfiore e proteggere i neuroni (quando una persona ha l’alzheimer, il suo cervello si infiamma, subisce una “neuroinfiammazione”).
Ma al di là delle loro proprietà neuroprotettive, utilizzare cannabinoidi per trattare l’alzheimer incipiente può aiutare ad alleviare altri tipi di problemi che appaiono solitamente. Hanno, per esempio, proprietà vascolari, essendo composti vasodilatatori; e aiutano a ridurre l’ipertensione e l’alterazione cardiovascolare di cui spesso soffrono i pazienti.
Interventi:
Le ricerche più recenti pubblicate sulla Rivista della Malattia di Alzheimer (degli USA) suggeriscono anche che il THC può ridurre i livelli di una proteina molto legata ai sintomi e potrebbe arrestarne il progresso. Tuttavia, fino ad oggi è stato provato solo su ratti e topi. Non si è lavorato con umani.
Per arrivare alla sperimentazione su umani dovrebbero essere coinvolti neurologi clinici e al momento non è successo. Ed esiste un problema più grande: i laboratori farmaceutici non sembrano molto interessati. Un grande errore, dato il problema sanitario e sociale che rappresenta una malattina come l’Alzheimer, per cui s’investe pochissimo rispetto, per esempio, alla ricerca contro il cancro.
3- L’estratto di CBD può ridurre le convulsioni nei bambini epilettici
Da un paio di anni siamo a conoscenza di esperienze di bambini che soffrono d’epilessia e che, con l’aiuto di un olio di cannabis ricco di CBD, notano grandi miglioramenti. Il caso di Charlotte Figi è quello più conosciuto, perché ha aiutato a cambiare le leggi della cannabis terapeutica negli Stati Uniti. Ma non è l’unico i cui dati mostrano che il cannabidiolo potrebbe diventare un’importante opzione per trattare diversi tipi di epilessia.
Infatti, sta per essere lanciato sul mercato Epidiolex, un estratto di marijuana prodotto dalla compagnia farmaceutica GW Pharmaceuticals (la stessa che commercializza il Sativex) e che contiene cannabidiolo. Secondo i test, dopo 3 mesi dalla prima assunzione di questo farmaco, la frequenza generale delle convulsioni si riduce, in media, del 45% in tutti i partecipanti. L’altro 47% ha sperimentato una riduzione del 50% o più delle crisi e quasi un 10% non ha più avuto convulsioni. Gli individui affetti dalla sindrome di Dravet sono riusciti a ridurre le convulsioni per il 62%; di questi, il 13% non ne ha più avute. Allo stesso modo, gli individui affetti dalla sindrome di Lennox-Gastaut le hanno ridotte del 71%. Solo il 10% di chi ha partecipato allo studio ha notato effetti indesiderati come sonnolenza, diarrea o stanchezza e ha dovuto interrompere il trattamento.
Interventi:
Grazie a questo tipo di scoperte, l’Accademia di Pediatria degli Stati Uniti ha fatto un grande passo accettando la cannabis terapeutica come alternativa medica per trattare i minori. L’istituzione appoggia il controllo di ogni cartella clinica e la possibilità di decidere se realmente il paziente ha bisogno della marijuana per migliorare la sua salute.
I bambini epilettici, per esempio, hanno centinaia di convulsioni ogni giorno (persino più di 200 o 300 in patologie come la Sindrome di Dravet) che impediscono loro di essere bambini normali, di sorridere, parlare, mangiare e muoversi. Per molti di questi bambini, la cannabis è, praticamente, l’unica speranza.
4- La cannabis terapeutica può ridurre la dipendenza da oppiacei
Oggi gli USA sono afflitti da un’epidemia di dipendenza da analgesici, per la maggior parte a base di oppiacei, una sostanza molto efficace, ma che allo stesso tempo causa molto dipendenza. Le vendite sono quadruplicate negli utlimi anni e 2 milioni di statunitensi oggi sono dipendenti da questi farmaci prescritti, mentre 16.000 persone l’anno muoiono per overdose.
Numerosi studi assicurano che la cannabis medicinale è un analgesico effettivo e sicuro, che aiuta chi dipende da oppiacei a “disintossicarsi”, come mostra lo studio promosso dalla Columbia University. La cannabis ha un livello di sicurezza più alto rispetto alla maggior parte dei farmaci per il trattamento del dolore presenti sul mercato; e gli effetti collaterali associati al suo uso sono tipicamente leggeri (mal di testa, sonnolenza e secchezza della bocca). I farmaci oppiacei sono molto più rischiosi per la salute e hanno effetti collaterali sgradevoli.
Interventi:
In un momento in cui questa dipendenza sta causando delle stragi nella nostra società, dobbiamo trovare una soluzione più pratica per gestire il dolore. La “buona notizia” è che gli stati in cui la marijuana medicinale è legale hanno tassi significativamente più bassi di dipendenza da questi farmaci e le morti per overdose sono diminuite in media del 25%. In Svizzera lo stato distribuisce piccole dosi di cannabis per il trattamento dei cittadini dipendenti da eroina. E in Portogallo, il numero di overdose è diminuito notevolmente dalla depenalizzazione delle droghe nel 2001.
5- La cannabis è capace di frenare il progredire della sclerosi multipla
La questione dell’utilizzo o non utilizzo della marijuana per trattare questa malattia è complessa, poiché ci sono incertezze sui suoi benefici in relazione agli effetti indesiderati. I malati di sclerosi multipla soffrono di contrazione muscolare permanente, spasmi, forte dolore e difficoltà a conciliare il sonno. I farmaci usati tradizionalmente per trattare questi sintomi non sono efficaci e quindi molti di loro hanno optato per il consumo di cannabis.
Già nel 2012, uno studio realizzato dal Gruppo di Ricerca sui Cannabinoidi dell’Università Complutense di Madrid (UMC) ha rivelato gli effetti positivi della cannabis su un modello di sclerosi multipla sui topi, dimostrando un miglioramento nell’avanzamento della malattia. E ci sono sempre più studi che apportano una base scientifica per sostenere lo sviluppo di farmaci che permettano terapie basate sulla modulazione del sistema endocannabinoide.
Interventi:
Questi studi hanno posto le basi per la creazione del Sativex, uno spray orale derivato dalla cannabis (di GW Pharmaceuticals) che migliora in modo significativo la spasticità di una proporzione di persone affette sclerosi multipla propensa a rispondere alla terapia. Ben gestiti, i test clinici aiutano a risolvere le conclusioni contraddittorie intorno all’uso della marijuana per trattare i sintomi della sclerosi. Oggi il Sativex è il farmaco a base di cannabis più utilizzato per il trattamento della spasticità: è già disponibile in 15 paesi e approvato in altri 12, compresi gli Stati Uniti.
6- La cannabis permette di alleviare il dolore cronico provocato dalla fibromialgia
La fibromialgia è una sindrome di dolore cronico di origine sconosciuta caratterizzata da dolore muscolare e scheletrico generalizzato, stanchezza e sensibilità in diverse zone del corpo. Solitamente alcuni pazienti usano la cannabis terapeutica per trattarne i sintomi; tuttavia ci sono ancora pochi test clinici che valutano i suoi effetti.
Quello che si sa è che la cannabis sativa presenta circa 400 molecole chimiche diverse, delle quali circa 60 possiedono proprietà analgesiche. Alcuni esperti hanno suggerito che i cannabinoidi sono applicabili per il trattamento del dolore cronico come la fibromialgia, e hanno teorizzato che la malattia può essere associata a una carenza clinica nascosta del sistema endocannabinoide, che ha anche un ruolo importante in disturbi come l’emicrania, la sindrome dell’intestino irritabile e una lista sempre più lunga di patologie mediche.
Interventi:
Uno degli studi più importanti corrisponde all’Istituto di Ricerca dell’Hospital del Mar di Barcellona, che ha valutato i benefici associati al consumo di cannabis nei pazienti con fibromialgia. La conclusione è stata chiara: “I pazienti che utilizzano cannabis non solo ricevono un aiuto per alleviare il dolore e quasi tutti i sintomi associati, ma nessuno di loro ha inoltre apprezzato peggioramenti dopo il consumo”.
Anche il risultato di un recente sondaggio online realizzato dalla National Pain Foundation degli Stati Uniti, al quale hanno partecipato più di 1300 malati di fibromialgia, ha designato la cannabis come il trattamento più efficace per i sintomi, superando tutti i farmaci in vendita con ricetta (Lyrica, Cymbalta e Savella). Persino l’attore Morgan Freeman ha dichiarato di utilizzare la cannabis medicinale dopo un incidente automobilistico quasi mortale nel 1997. Da allora ha sofferto di fibromialgia al braccio sinistro: “Ho dolore cronico e l’unica cosa che mi dà sollievo è la marijuana”.
7- La marijuana regola il livello di zucchero nel sangue e potrebbe combattere il diabete
Molti studi preclinici hanno indicato che i cannabinoidi sono inversamente correlati al diabete, poiché possono modificare l’avanzamento della malattia e anche dare sollievo sintomatico a quelli che ne sono affetti. Sembra in qualche modo paradossale, perché il consumo di cannabis è sempre stato associato al bisogno di ingerire dolci o caramelle. Nonostante questo, i dati mostrano un indice minore di obesità e diabete fra i consumatori di cannabis.
Dei ricercatori della Scuola di Medicina di Harvard hanno valutato la relazione tra il consumo di marijuana e insulina a digiuno, il glucosio e la resistenza all’insulina in un campione di 4.657 soggetti di sesso maschile. Sono arrivati a una conclusione: “I soggetti che hanno fatto uso di marijuana nell’ultimo mese avevano un livello d’insulina inferiore a digiuno, così come una minore circonferenza della vita e livelli più elevati di HDL-C (o colesterolo “buono”). Più recentemente, alcuni ricercatori canadesi hanno verificato i campioni di consumo di cannabis e l’indice di massa corporea (IMC) di una tribù di 786 inuit (aborigeni dell’Artico), giungendo agli stessi risultati.
Interventi:
Queste scoperte mostrano una relazione tra il consumo di cannabis e gli indicatori diabetici. E in più, si appoggiano su dati di popolazione precedenti che mostrano che le persone che utilizzano la cannabis sono meno propense all’obesità rispetto a quelle che non lo fanno. Tutto questo dimostra che la marijuana contribuisce a controllare l’effetto dello zucchero nel sangue. A quanto pare, questo effetto positivo potrebbe essere legato al miglioramento delle attività dell’ormone adiponectina, incaricato di modulare diversi processi metabolici, tra i quali la regolazione del glucosio.
8- La marijuana aiuta a trattare il disturbo da stress post-traumatico
Si pensa che uno statunitense su dieci soffra di stress post-traumatico, un disturbo mentale che nasce come risposta a un evento traumatico, i cui sintomi possono includere scene retrospettive, incubi e forte ansia. E si crede che il sistema cannabinoide endogeno abbia un ruolo fondamentale su questo tipo di disturbi.
I ricercatori teorizzano che la cannabis può ammortizzare la forza o l’impatto emotivo dei ricordi traumatici facendo in modo che sia più facile per i pazienti riposare, dormire, sentire meno ansia e avere meno flashback. L’evidenza mostra sempre più spesso che i cannabinoidi potrebbero avere un ruolo importante nell’estinzione della paura grazie ai suoi effetti antidepressivi.
Interventi:
L’uso terapeutico della marijuana ha dimostrato di essere molto positivo per il trattamento di sintomi e patologie ricorrenti tra gli ex-combattenti. Nonostante questo, il Dipartimento dei Veterani degli Stati Uniti, organismo incaricato di vegliare sui diritti dei più di 22 milioni di veterani di guerra, aveva proibito fino ad appena un mese fa di prescrivere questo tipo di trattamenti. Lo stress post-traumatico (PTSD) per ex-combattenti nelle guerre in Afghanistan e Iraq ha portato ogni anno al suicidio di circa 8.000 di loro; 22 persone perdono quindi la vita ogni giorno per questo motivo, secondo le scioccanti stime dello stesso dipartimento.
9- La cannabis aiuta a regolare la massa ossea e potrebbe prevenire l’osteoporosi
Sono diversi gli studi che affermano che i cannabinoidi stimolino la formazione ossea, una scoperta che sembra spianare la strada al futuro uso di farmaci a base di marijuana nella lotta contro l’osteoporosi e altre malattie legate alle ossa.
L’ultimo studio che lo afferma è stato realizzato da scienziati dell’Università di Tel Aviv e pubblicato nel “Journal of Bone and Mineral Research”. E indica che le ossa femorali fratturate dei topi usati per l’esperimento si saldavano più rapidamente quando gli si somministrava il cannabidiolo, la componente non psicoattiva della marijuana. Il trattamento migliorava notevolmente il processo di guarigione del femore dopo otto settimane. Gli scienziati hanno scoperto che il CBD da solo rende le ossa più forti durante la guarigione e migliora lo sviluppo della base del collagene, e questo rappresenta l’inizio di una nuova mineralizzazione del tessuto osseo. “Dopo essere stato trattato con il CBD, l’osso guarito sarà più difficile da rompere in futuro”, hanno concluso.
Interventi:
Una donna su tre e un uomo su cinque maggiori di 50 anni subiscono qualche tipo di lesione per debolezza ossea. Solo in Spagna questo fenomeno colpisce più di tre milioni e mezzo di persone e, tuttavia, più della metà dei pazienti non sa d’averlo. La diagnosi continua ad essere carente e il trattamento, molte volte, inesistente.
Adesso gli scienziati credono che la principale implicazione fisiologica dei recettori endocannabinoidi specifici (recettori CB2) sia mantenere “la rimodellazione ossea in equilibrio, proteggendo così lo scheletro contro la perdita ossea legata all’età”, cosa che porta alcuni esperti a pensare che i cannabinoidi possano essere un campo da poco seminato per lo sviluppo di farmaci antiosteoporotici nel futuro.



10- La cannabis può essere utile per il trattamento di malattie neurodegenerative, come il Parkinson, la malattia di Huntington o la sindrome di Tourette
Anche se solitamente i disturbi neurodegenerativi sono associati a malattie come il Parkinson, in realtà esistono centinaia di patologie di questo tipo per le quali normalmente non esiste cura. Come potrebbe la cannabis aiutare questi pazienti la cui diagnosi è un disturbo neurodegenerativo? A causa delle potenti proprietà neuroprotettive, antinfiammatorie e antiossidanti dei cannabinoidi. Hanno anche la capacità di alleviare i sintomi da cui si genera la malattia, grazie al loro profilo ipocinetico, che permette di agire sulla capacità di movimento. Inoltre alleviano il dolore e quindi migliorano il riposo dei pazienti.
Nell’agosto del 2015, l’Accademia Americana di Neurologia ha pubblicato una revisione dei test in cui si era utilizzata la cannabis per il trattamento di disturbi neurologici. È stato scoperto che vari cannabinoidi hanno dimostrato “efficacia” o “efficacia probabile” nell’alleviare la spasticità, gli spasmi o il dolore centrale. Sono andati tanto lontani da sostenere che le assicurazioni sanitarie avrebbero dovuto pagare i farmaci basati su cannabinoidi sintetici (come il dronabinol e il nabilone) per i pazienti che potessero beneficiarne.
Interventi:
Per i pazienti e le loro famiglie, queste malattie debilitanti e incurabili possono essere devastanti; e dato l’impatto a lungo termine del trattamento, la ricerca di soluzioni redditizie deve essere una priorità. Nonostante gli enormi progressi, è necessario continuare a studiare per stabilire con certezza il ruolo del sistema endocannabinoide in queste patologie e valutare il possibile uso della cannabis terapeutica nel trattamento dei sintomi. La marijuana potrebbe così diventare una terapia aggiuntiva per i pazienti che subiscono gli effetti collaterali delle terapie attuali.

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